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ResExtensa nasce nel 2001 dall'incontro tra Elisa Barucchieri,
Victoria Sogn e Francesco Catacchio. Nel 2002 ricevono il
pieno appoggio dell’Accademia Isola Danza della Biennale
di Venezia per i loro spettacoli e vincono il premio internazionale
“Pegaso d’Oro” al talento artistico della
Federazione Italiana Danza.
Attualmente lavorano con il supporto e l’assistenza
di Carolyn Carlson, Susanne Linke, Urs Dietrich, Danio Manfredini.
Prima sotto il nome di Elisa Barucchieri e poi di ResExtensa,
hanno presentato il proprio lavoro alla Biennale dei Giovani
Artisti a Roma, al festival Lavori in Pelle (Alfonsine,
RA), al Festival di Genzano (Roma), al Dansens Dag Unesco
di Oslo (Norvegia), al Kulturmonstringen di Kongsberg (Norvegia),
al Festival Altrimenti di Roncalceci (RA), al Festival dei
Popoli del Mediterraneo di Bisceglie (BA) e in molti altri
contesti.
Dos Pezes è stato nominato secondo miglior
spettacolo per il 2003 nella regione di Kongsberg, Norvegia.
Soliloquy! è stato scelto come spettacolo
inaugurale di Dansens Hus Oslo, centro nazionale della danza
contemporanea per la Norvegia.
Ricevono supporto dal Fond For Utøvende Kunstnere
- il Fondo per lo spettacolo norvegese - e sono compagnia
riconosciuta dalla Regione Puglia.
Nel 2005 Le Terre Rovesciate è finalista fuori concorso
al Premio Scenario.

La nostra danza è una danza fisica, emotiva. Ricerchiamo
una nostra voce specifica, un teatro danza che sia fisico,
che non neghi l’uso di voce e parola, di contesti
narrativi, ma che sfrutti al massimo le potenzialità
narrative del corpo e del gesto.
Spinte più da una ricerca verso capacità espressive
di immagini ed emozioni, ricerchiamo nella collaborazione
con musicisti, attori, artisti e registi la possibilità
di arrivare ad un seme originario, al nucleo della spinta
creativa, per presentare una danza che sia necessaria, importante
da fare e donare, una danza che possa toccare lo spettatore
in maniera subconscia, emotiva più che intellettiva.
Una danza che torni al bisogno umano di movimento ed espressione
fisica, al bisogno di assistere ad un evento di movimento,
all’esperienza viscerale, non facilmente codificabile
a parole.
Eppure cerchiamo di capire noi stesse, cosa stiamo “raccontando”,
cosa stiamo presentando, perché chiediamo ad uno
spettatore di assistere, di donarci il suo tempo.
Cerchiamo una via che sia tra la danza “astratta”,
forma e movimento puro, e la forma più strettamente
narrativa. Cerchiamo una danza che comunichi, che sia accompagnatrice
e guida di un viaggio chiaro e preciso, non codificabile
a parole, ma emozionale, all’interno di una visione
più onirica e immaginifica. Cerchiamo forse di arrivare
più al subconscio collettivo che all’esperienza
quotidiana, cerchiamo forse di fare un lavoro che sia meno
legato al tempo e alle mode del momento e più ad
un esperienza umana oltre il tempo e la vita di tutti i
giorni.
Chiara la nostra forza di unione e intesa, sfruttiamo e
sfidiamo le nostre capacità fisiche ed espressive,
sfruttiamo la nostra caratteristica di avere una danza più
volte descritta come femminile nella sua forza e nella sua
delicatezza, e la nostra dualità come danzatrici
simili e diverse, per donare al pubblico una nostra forte,
fragile intimità. |